LAMBRETTOFACTORY

Quando si entra nell’ermetica e severa capsula architettonica della Lambretto Factory e se ne iniziano ad intuire, in maniera fulminea, le rapsodiche dinamiche multiformi che la dominano, si prova un senso di nudità imprevista e di sorpresa aggressiva, osservando l’accoglienza che si riceve.

D’un tratto ciò che dall’esterno sembrava inespugnabile nelle forme, si apre ai nostri occhi, e ai nostri altri quattro sensi, come una galassia che non solo è pronta ad includerci manifestandosi, ma addirittura ci travolge, ci assale, ci conturba in un certo senso.

In un salto spiazzante, repentino e inevitabile tra austerità delle forme e rigogliosità dei contenuti,

ci sono scorci, prospettive, tagli di vedute e angolazioni, si, ma tutto, all’interno, è lo stesso luogo.

Tutto, lì dentro, ha lo stesso obbiettivo: l’arte. L’arte come spazio e l’arte come fine. Senza scampo, alla Lambretto Factory, l’identità della bellezza, e la sua costante ricerca, regna sovrana.

E mentre la musica, all’interno, fa il suo dovere, come in un costante palcoscenico, i protagonisti che inscenano lo spettacolo della creazione artistica, lavorano. Una cosa li accomuna tutti: il tormento. In varie declinazioni e con varie sfumature, certo; ma come in un quadro di Egon Schiele, il tormento, è accompagnato sempre da un’estasi cavalcante.

C’è reciprocità e corrispondenza, contagio virale e vicendevolezza creativa. Tutti s’accorgono dell’altro nella loro, nonostante tutto, ampia individualità. Come in una grande famiglia di primi violini e personaggi ingombranti, ma rispettosi e attenti al tormento del prossimo.

Come in ogni abitazione progettata da un architetto che si rispetti, è elegantemente e discretamente suddivisa. Solo che, anziché esserlo in zona giorno e zona notte, lo è in zona pubblica e zona privata, giacché negli studi dei piani alti, si elabora; e nella comune al piano terra si rilascia, meravigliosamente, tutto quella liquidità creativa secreta, in intimità, dalla sensibilità di ognuno dei violini in scena.

Ed ecco, poi, il susseguirsi di eventi, collaborazioni, rassegne  prendere vita in quello che il giorno prima e il giorno dopo, era e continuerà ad essere il luogo del lavoro dell’anima, con inclinazione estetica e all’arte.

Non vi è alcuno statuto interno o severo codice comportamentale che regolamenti gli equilibri dell’arte e, non a caso, anche all’interno della Lambretto Factory, non ce n’è nessuno. Le leggi dell’arte sono sofisticate, profonde, non dichiarate e comprensibili a pochi.

Soprattutto non sono necessarie, poiché sono perennemente sottintese.

Si è parte della Factory, se ci si sente parte della Factory. Se ci si sente di poter contribuire, attraverso il proprio libero esprimersi, alla missione della Factory, che è quella dell’arte in senso assoluto, sfrenato e libertino.

Non vi sono regole poiché, dalla Lambretto Factory, ci si può solo autoescludere, trascurandola nei suoi mille significati o tradendola nell’identità. E il più grande tradimento che la Factory può ricevere e quello di presentarsi, a lei,  già come artista. La Lambretto Factory non vuole artisti, la Lambretto Factory vuole persone.

E  c’è un  direttore d’orchestra di tutto questo, che non impone melodie, le suggerisce. Al massimo le indica. In un ordine delle cose in cui il disordine, qui dentro, è fondamentale per ritrovarsi.

Luca Cantore D’Amore.

 

Amarca

Amarca

Instagram : @amarcaart

E’ tutto un armonico caos quello che emerge dalle visioni immaginifiche e conturbanti di Andrea Marcaccini. Ogni rappresentazione è il tentativo allegorico di racchiudere tutta la varietà del mondo in una cornice, in uno spazio infinito. Il suo tormento, che è un po’ anche il nostro, consta della consapevolezza del non poterci riuscire mai, ma non è certo questo che lo arresta nel provarci. Come un folle della lucidità e un introspettivo della contemporaneità ripropone riflessioni e tematiche ingombranti e decisive; con fare ostinato, ma non per questo vano.

No Pleasure!!!!  |  60X82cm  |  2015

New society  |  60X80cm  |  2013

Temple sun  |  60X80cm  |  2014

Napoleon terror  |  48X68cm  |  2013

Be different  |  30x67cm  |  2013

C.R.7  |  50x50cm  |  2014

 

Giores

Giores

Instagram : @gioresgrestelli

In un mondo in cui tutti siamo fotografi in “generale” dotati, come siamo, di strumenti fotografici profondamente “pop” – laddove, con questa aggettivazione, s’intende “popolare” e “di uso comune” – la discriminante che intercorre tra un fotografo comune e l’artista consta della ricerca e della messa in evidenza, del “particolare”.

Il particolare, seduce; il generale, annoia. Poiché tutti siamo capaci di intendere e immortalare la generalità delle cose e pochi, i loro ingrandimenti.
Non si parla d’ingrandimento nell’ottica di un inutile gigantismo alla Oldenburg, con Giorgio Restelli, Alias Giores; ma di un avvicinamento che ci accompagna nell’addentramento immersivo delle cose.

Sono raffigurazioni di insegne che insegnano, quelle dell’opera fotografica di Giores. Ci insegnano a penetrare l’essenza, la sostanza, la profondità delle cose a cui tendiamo, spesso, a non far caso – o, forse, a farci troppo caso – per quanto spontaneamente e violentemente ci aggrediscono senza che sia dato noi accorgercene.

Un’analisi, un’espansione, fino all’erosione e allo sgretolamento del messaggio contemporaneo simile, in pittura, a quella di Mario Schifano: cosa ci dicono, davvero, le insegne che si illuminano? Quali sono i loro velati messaggi subliminali? Perché ci aggrediscono con così tanto accanimento? Quando in realtà ci condizionano, facendoci variare nei pensieri e negli agiti? Della stessa natura di quando, se si provasse a ripetere una parola qualsiasi per un numero alto di volte ossessivamente, vedremmo il suo significato, lento, abbandonarla.

Decedere e decadere. Solo scarnificandoli con vertiginose zoomate, da essi, riusciamo a difenderci, Giores, ci induce a riflettere, facendo luce, su quelle illuminazioni fatte di fluorescenze artificiali; ora scintillanti, ora fatiscenti.
Alcune monolitiche, altre capricciose e pretenziosamente seduttive, altre ancora esili, altre più sgargianti del dovuto: su loro, su tutte loro, si è posato l’occhio attento da giramondo dell’autore che testimonia lo stato attuale della tragedia moderna per cui, il nome delle cose, oggi, precede le cose stesse. Le scavalca quasi, pur nella sua assenza di significato. Il quale significato, nell’essere sfuggente, rivela il suo senso.

Non sappiamo a cosa appartengano quelle insegne e non è testimoniato a quale attività umana siano riconduconsucibili. Ma, Giores, ci dice anche che non è importante. Ce lo sussurra.
E infatti non lo è, importante: nell’impossibilità provocatoria, sia tecnica che concettuale, di farsi seconde alle loro provenienze, le insegne dell’artista, ci invitano a fare della propria forma esteriore il proprio segno, manifesto, significato, interiore.

Broken Words 005  |  60X40cm  |  2013

Broken Words 013  |  60X40cm  |  2013

 

Broken Words 002  |  100X150cm |  2013

Broken Words  |  40X60cm  |  2013

Broken Words 001 |  100X150cm  |  2013

Brokes Words 009  |  60X40cm  |  2013

Brokes Words 041  |  40X60cm  |  2013

Darma

Dario Mainetti

natural connections

Questo progetto si propone di indagare tramite strumenti estetici ed emozionali connessioni primitive e misteriose.

Tale missione conduce ad un vortice concettuale e figurativo dal quale sgorgano immagini tra il monolitico e l’etereo, al confine tra la consistenza concreta della terra e l’impalpabile essenza delle idee.

L’osservatore si immerge così in una dimensione in cui l’Uomo riscopre la sua origine biologica, ed etimologica (uomo dal latino hummus, terra), e, viceversa, l’elemento naturale rivela come ogni frutto e fiore racchiuda il meraviglioso enigma dell’esistenza.

La fusione tra i due mondi non avviene tramite un processo magico come la metamorfosi che trasforma Diana in una pianta d’alloro, bensì con un semplice accostamento che, però, provoca un effetto ancor più straniante, una sorta di amplificazione percettiva, come in un gioco di specchi.

L’abituale distinzione tra vegetale e umano si squarcia, lasciando intravedere la connessione che li unisce profondamente, con la forza titanica e impercettibile della marea.

Per questo i soggetti vengono ritratti di schiena: questa parte del corpo così fondamentale, che sorregge l’intera struttura e che, tuttavia, non ci è dato vedere direttamente. L’indagine si propaga al rapporto dell’uomo con se stesso, alla sua parte oscura, con l’elemento naturale come strumento conoscitivo. L’atmosfera è magica, tale da evocare climi e ambiti di tradizioni antiche, col richiamo a mitologie e rituali  di un passato.

Anche nelle scelte stilistiche emerge un’ambivalenza tesa a mostrare un’intima connessione tra due modalità espressive. Se l’uso del colore evoca le prime fotografie dipinte a mano direttamente sul negativo, qui avviene l’esatto opposto: la pennellata digitale si insinua nell’immagine in bianco e nero riscoprendo le tonalità originali dell’immagine, con varietà di tratteggi, netti o sfumati, precisi o soltanto abbozzati.

Ma il rimando al mondo pittorico risiede anche nei materiali utilizzati: le opere sono infatti stampate su canvas Museum fine art ed i pezzi unici inseriti in importanti cornici d’epoca

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

natural connections

The present project aims at investigating primitive and misterious connections through esthetical and emotional tools. This mission leads to images on the border between the monolithic and the ethereal spreading from a conceptual and figurative vortex. The observer dives in a dimension where mankind rediscovers his biological origin, and, vice versa, the natural element reveals how each fruit and flower holds the marvelous enigma of existence. It may seem that two worlds are colliding, whereas eventually they merge with each other: juxtaposition multiplies the number of possible perceptions. There is nothing left now to tell from human to vegetable, the connection that bounds both of them so deeply is brought in plain sight.

What we see is the subjects’ back: the structure that sustains our whole body, and yet something which very rarely is portrayed. We start enquiring about human nature, but our research soon develops into a string of questions about our dark sides and what nature can still teach us about ourselves.

Another kind of connection emerges from the stylistic choices: the use of color and materials reveal an unexpected merging between photography and painting.

In fact, the operas are refined with digital brush strokes, printed on canvas and framed in vintage supports.

 

 

Contatti

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